
Il 13 maggio il presidente del Centro per il libro Giuseppe Iannaccone ha rilasciato un’intervista all’interno dell’articolo del blog del Fatto Quotidiano “Il Maggio dei Libri: perché la lettura è uno strumento fondamentale di crescita per bambini e ragazzi”. Segue qui l’estratto:
È fondamentale perché i libri, a ogni età, accendono l’interesse per sé stessi e per il mondo. Prima ancora di essere un piacere, la lettura soddisfa un bisogno: andare al di là dei confini riservati dalla nostra vita e immedesimarsi in tanti mondi possibili, all’interno di vesti diverse da quelle che indossiamo ogni giorno. I bambini e i ragazzi che leggono provano un sentimento fondamentale: il coinvolgimento. Chi è coinvolto prova l’ebrezza dell’identificazione: vede sé stesso sulla carta, sogna con le parole, vive in prima persona avventure ed esperienze diverse dalle sue. Acquista nuovi stati d’animo e soprattutto alimenta il gusto della conoscenza. Le storie appagano una necessità innata nell’essere umano. Questa necessità, che chiamiamo interesse o curiosità, quando si è piccoli, viene accesa soprattutto dai libri. Vorrei dire: soprattutto dai racconti. Non importa il genere: fantastico, avventuroso, sentimentale, fiabesco. Importa invece la forza della storia, quella dei personaggi e la loro capacità di generare domande: che cosa succede? E come va a finire? Perché lo ha fatto?
Da anni i profeti di sventura celebrano il funerale del libro cartaceo. In realtà, i dati dicono altro: pur con le difficoltà dell’intero sistema editoriale italiano, la letteratura per l’infanzia gode di buona salute. I bambini hanno l’esigenza di possedere l’oggetto, non solo per vedere le macchie nere sulla carta ma anche perché la fisicità del libro costituisce di per sé un’esperienza sensoriale insostituibile. L’inchiostro non è come il pixel, insomma. Il bambino esercita con il libro la coordinazione tra l’occhio che legge e la mano che gira la pagina, sviluppa la memoria ricordando dove è collocata la parola che lo ha emozionato, allena l’attenzione perché il libro cartaceo favorisce la profondità dell’immersione che l’e-book e la semplice immagine-video non possono garantire.
Non esistono formule magiche o ricette miracolistiche. Esiste però un modo di relazionarsi con i più piccoli che i genitori, travolti dalla quotidianità, non sempre riescono a mettere in pratica: leggere storie. Un tempo c’erano le fiabe della buona notte. Ma l’ascolto delle storie costituisce ancora oggi la prima, formidabile scintilla della curiosità. Ridere, commuoversi, appassionarsi: la pagina letta è uno specchio incantato, nel quale i bambini provano emozioni primarie, dalla paura alla gioia, dalla rabbia alla sorpresa.
Un tempo, la lettura avveniva esclusivamente intra moenia, nel silenzio delle pareti domestiche e nell’intimità di una fruizione soggettiva. Naturalmente è sempre fondamentale la pratica della lettura come strumento di piacere, di intrattenimento e di formazione culturale e intellettuale dell’individuo. Ma, al tempo stesso, i libri costituiscono un mezzo di condivisione sociale: la lettura ad alta voce – nelle scuole, nei teatri, nelle biblioteche, in ogni luogo di aggregazione – permette di costruire legami, creare comunità, suscitare occasione di incontro e di dialogo. In altri termini, leggere un libro può rappresentare, soprattutto per i più piccoli (ma non solo), un’opportunità di inclusione, di coinvolgimento e partecipazione attiva.
Scrivere per l’infanzia è una sfida non semplice. La si vince, a mio giudizio, solo evitando un atteggiamento didascalico. Questa mi sembra oggi l’insidia più grande: costruire storie come exempla civili o ideologici. In questi casi, la narrazione mi appare come uno specchietto per le allodole, un mezzo grazie al quale, surrettiziamente, si veicolano modelli di comportamento, promuovendo valori precostituiti. Per coinvolgere i bambini e motivarli alla lettura, occorrono onestà intellettuale, vicinanza emotiva e assenza di superiorità morale. E soprattutto l’empatìa, ovvero l’unico talento che immunizza dalla tentazione di spiegare il mondo e impartire lezioni. Il che non significa che temi difficili e impegnativi vadano evitati: significa però farlo con le armi dell’incantamento, della fascinazione, adottando la prospettiva emotiva di chi legge che non ha bisogno di indottrinamento ma di divertimento, curiosità, immedesimazione.
Più che un dovere, questa è una conseguenza. I bambini e i ragazzi “viaggiano” con i libri perché possono abbattere le barriere fisiche del mondo in cui vivono, esplorando territori (fisici e mentali) lontani, incontrando l’altro da sé. Il viaggio garantisce, per usare una facile metafora, di potersi mettere nelle scarpe altrui: che è, in fondo, il modo migliore per accendere il motore dell’immaginazione e muoversi con la fantasia senza il limite di un budget.