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Antonelli: «Migliorando le competenze alfabetiche possiamo salvare il sistema Italia»

L’8 settembre si celebra la Giornata internazionale dell’Alfabetizzazione, istituita dall’Unesco nel 1967, per ricordare “l’importanza dell’alfabetizzazione come questione fondamentale della dignità e dei diritti umani”. Nonostante siano stati fatti notevoli passi avanti in questo campo, nel mondo ci sono ancora 771 milioni di giovani e adulti che non hanno accesso alle competenze di alfabetizzazione di base. In Italia, e nella maggior parte dei paesi del mondo, il problema dell’alfabetizzazione strutturale è stato abbondantemente superato con picchi che sfiorano il 100% di popolazione che sa leggere, scrivere e fare di conto.

Tuttavia, negli ultimi anni le ricerche sul tema hanno evidenziato una percentuale sempre più consistente di analfabetismo funzionale o di ritorno. Abbiamo affrontato la questione con Giuseppe Antonelli, linguista e professore ordinario dell’Università di Pavia.

Prof. Antonelli, l’alfabetizzazione è ancora un tema in Italia? Chi sono gli analfabeti funzionali?

«Meno di mezzo secolo fa, va detto, l’alfabetizzazione primaria era una conquista che ancora in Italia non apparteneva a tutti. Come ricordava Tullio De Mauro nel suo Le parole e i fatti (1977), c’erano “oltre due milioni e mezzo di analfabeti (5,2% della popolazione) ed oltre tredici milioni e duecentomila semianalfabeti (27,2%)”. Ormai da qualche anno, l’attenzione si è spostata dall’analfabetismo strutturale (quello di chi letteralmente non sa leggere né scrivere: una percentuale ormai residuale della popolazione italiana) all’analfabetismo funzionale, quello di chi non sa capire o produrre adeguatamente un testo (detto anche “di ritorno”, perché spesso implica un regresso rispetto alle competenze acquisite negli anni di scuola). Al centro dell’attenzione c’è quindi quella che in ambito internazionale si definisce literacy, cioè la competenza alfabetica funzionale alla comprensione e all’utilizzazione pratica di un testo scritto. La mancanza di una sufficiente literacy è definita in italiano illetteratismo.
La definizione suona ambigua, in realtà, visto che in passato rimandava a coloro che non conoscevano il latino (Dante scrive il Convivio in volgare pensando ad “alcuno illitterato”) o che rifiutavano gli eccessi dell’abbellimento letterario (“l’illetteratismo di Pascoli”). Oggi invece si riferisce a chi è in grado di decifrare o scrivere solo frasi elementari. “Il gatto miagola” era l’esempio che lo stesso Tullio De Mauro faceva in un libro intervista di qualche decennio dopo (La cultura degli italiani, 2004); spiegando che, per mandare in crisi molti nostri connazionali, bastava aggiungere poco di più: “il gatto miagola, perché vorrebbe bere il latte”. Una provocazione, forse, o una battuta: ma lo scopo – sacrosanto – era quello di tenere alta l’attenzione su un aspetto decisivo per la nostra società. Uno dei grandi meriti di Tullio De Mauro, d’altronde, è proprio quello di aver sempre denunciato la situazione dell’analfabetismo funzionale in Italia e le gravi conseguenze che questo comporta per la vita del Paese».

Ricerche internazionali dicono che in Italia il 47% della popolazione tra 16 e 65 anni può considerarsi analfabeta funzionale o di ritorno. Quali sono le ricadute individuali e sociali di questo fenomeno?

«I dati relativi a questi aspetti vanno maneggiati con cautela, tenendo conto delle fonti da cui provengono e degli elementi di contesto che ne consentono un’adeguata interpretazione. Il rischio, in caso contrario, è un allarmismo sensazionalistico che rischia di avere effetti controproducenti. Prova ne è il dibattito effimero che ogni tanto si accende (anche negli ultimi tempi) riguardo a notizie e numeri sull’analfabetismo che non sempre hanno base una base scientifica o statistica affidabile. Dibattito che di solito finisce soltanto con l’alimentare la vocazione apocalittica dei discorsi sulla società e sulla lingua italiana.
Le cifre più affidabili sono quelle che provengono dalle ricerche internazionali svolte periodicamente dall’OCSE e dalle rilevazioni che annualmente l’INVALSI fa nelle scuole italiane. Indagini sistematiche che consentono di valutare, oltre a quelle relative alla matematica e alle scienze, le difficoltà di comprensione dei testi mostrate da una significativa percentuale della popolazione italiana. Queste difficoltà – stando ai dati OCSE, sostanzialmente stabili dall’inizio di questo secolo – riguardano in Italia gli adulti più dei quindicenni (tra i primi gli analfabeti funzionali sono circa un terzo, tra i secondi circa un quarto) e coinvolgono soprattutto le persone che vivono in aree geografiche o famiglie socio-culturalmente svantaggiate (quasi sempre in case con pochi libri) o chi studia in certi tipi di scuola (la differenza tra licei e istituti professionali è nettissima).
Secondo le ultime rilevazioni dell’OCSE su ragazzi e ragazze di quindici anni – risalenti in questo caso al 2018: dunque, prima della pandemia – il punteggio complessivo nelle competenze di lettura è per l’Italia di 476: quello medio dei Paesi considerati è di 487, ma i nostri risultati non sono molto diversi da quelli – ad esempio – di Svizzera, Islanda, Israele. La percentuale di quindicenni che da noi si ferma al livello 2 (considerato il livello appena sufficiente di competenza) è del 77%; ai livelli più alti (4/5) si colloca solo il 5% rispetto a una media internazionale che è quasi il doppio. Dati non troppo diversi sono quelli che provengono dalle rilevazioni degli stessi anni sugli adulti (16-65 anni), con un punteggio complessivo italiano di 250 rispetto al 273 della media OCSE e un peggioramento progressivo via via che ci si sposta verso le generazioni più anziane. Il fatto fondamentale è che in queste indagini internazionali la competenza di lettura è definita come “la capacità di interagire con l’informazione scritta per poter sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità e svolgere nella società un ruolo attivo”. Il nesso tra livelli di alfabetizzazione e tessuto socioeconomico che questi dati confermano va letto, allora, anche nella direzione opposta. Solo migliorando le competenze alfabetiche degli italiani si possono creare le condizioni per evitare che tutto il sistema Italia continui a perdere terreno.
La situazione, oltretutto, è aggravata dal persistere del digital divide: quel ritardo nella tecnologia e nella competenza digitale che da noi si è accumulato fin dall’inizio, ma è stato mascherato almeno in parte dalla diffusione del telefonino e dei suoi succedanei smart. In analoghe e coeve indagini dell’OCSE, l’Italia risultava agli ultimi posti anche per quanto riguarda l’alfabetizzazione digitale e la capacità di sfruttare adeguatamente le risorse di Internet. Carenze emerse drammaticamente durante l’emergenza pandemica, che ha investito anche il mondo della scuola e del lavoro. I dati ISTAT diffusi in quei mesi erano impietosi: un terzo delle famiglie non aveva in casa un pc o un tablet; due terzi di ragazzi e ragazze tra 14 e 17 anni mostrava competenze digitali basse o di base. A differenza di quello che qualcuno vorrebbe far credere, insomma, competenze digitali e competenze di lettura non sono in concorrenza tra loro: vanno entrambe sviluppate armonicamente, se si vuole recuperare questo complessivo ritardo culturale rispetto alla situazione internazionale».

Quali interventi andrebbero messi in atto per affrontare il problema?

«Rimpiangere i bei tempi in cui tutti parlavano e scrivevano un italiano corretto non ha alcun senso. Basta volgere uno sguardo oggettivo al passato, all’alta percentuale di persone non alfabetizzate o poco scolarizzate, ai dati sull’abbandono scolastico e sulla conoscenza esclusiva del dialetto, per rendersi conto che quei tempi non sono mai esistiti. Il tema da affrontare – allora – non è il presunto declino, ma l’insufficiente progresso. È come risolvere una questione che, alla stregua di tante altre, si trascina in Italia fin dalla prima epoca postunitaria: quella, centrale, dell’istruzione. E più specificamente quella delle competenze relative alla lingua italiana (in particolare all’italiano scritto), che – nonostante i passi avanti fatti nella seconda metà del Novecento – continuano a rimanere, come abbiamo appena visto, mediamente basse e comunque insoddisfacenti.
L’orizzonte ideale più volte richiamato da Tullio De Mauro e sollecitato da molti organismi internazionali è quello – non facile da realizzare – di un’educazione permanente che continui a coinvolgere e stimolare le persone anche dopo la fine dei cicli d’istruzione. Molto, però, si potrebbe fare già negli anni scolastici: svecchiando e rendendo più efficaci i metodi dell’educazione linguistica. La questione più urgenteriguarda appunto la scarsa capacità di organizzare, o anche solo decodificare, adeguatamente un testo. Ovvero di argomentare il proprio pensiero e di interpretare, comprendendone il senso e lo scopo, quello degli altri. Vale a dire quegli aspetti che fanno della grammatica un elemento determinante non solo per la comunicazione e la socializzazione, ma anche per una vera cittadinanza consapevole. Ecco perché diventa sempre più importante insegnare la grammatica finalizzandola alla produzione e alla comprensione dei testi.
Solo che per far questo bisogna liberarsi di alcuni riflessi condizionati. Nessuno insegna più la geografia o le scienze come si faceva cinquant’anni fa: il mondo è cambiato, ci sono state nuove scoperte. Bene: è cambiato anche l’italiano, oltre a quello che sappiamo sul funzionamento delle lingue. E allora sipotrebbe dare meno peso – ad esempio – ai lunghi elenchi di complementi e fare più attenzione agli snodi argomentativi del discorso; valorizzare maggiormente attività come il riassunto e la riscrittura; smettere di dire che lui e lei non possono essere usati come soggetto e spiegare meglio i casi in cui il soggetto di una frase deve essere esplicitato. Ogni livello della grammatica – dalla punteggiatura al lessico, dalla coniugazione dei verbi alla costruzione della frase – dovrebbe essere orientato verso questo obiettivo».

L’analfabetismo di ritorno, la DAD forzata dalla pandemia, la semplificazione sempre più accentuata del linguaggio parlato e scritto, influiscono sulla lingua? Come sarà l’italiano del futuro?

Per quando riguarda la DAD, ormai cominciano a essere evidenti – purtroppo – le conseguenze negative che ha avuto anche per la questione specifica di cui stiamo parlando. I dati INVALSI del 2021 mostrano, rispetto a quelli del 2019, un ulteriore arretramento per quanto riguarda le competenze di lingua: arretramento che – ancora una volta – riguarda soprattutto studenti e studentesse in condizioni socioeconomiche svantaggiate. La stessa cosa è accaduta negli USA, come nelle scorse settimane hanno raccontato i giornali americani, colpendo anche le scuole elementari: per bambini e bambine il regresso nelle competenze di lettura è stato il più ampio registrato negli ultimi trent’anni. La pandemia – stando al giudizio di Andrew Ho, docente di Didattica a Harvard – “ha cancellato i progressi e ha esacerbato la disuguaglianza”.
Quanto alla semplificazione del linguaggio, l’aspetto da tenere maggiormente d’occhio è quello legato alle nuove tecnologie della scrittura. Come abbiamo visto, le gravi carenze nella lettura e nella scrittura non sono affatto una novità. Non si può dire – dunque – che la colpa sia degli smartphone, dei messaggini o dei social network. Tuttavia, è un fatto che da una parte oggi si digita sempre più forsennatamente dall’altra si legge (e si sa leggere e anche scrivere) sempre di meno. È ormai evidente che la vera rivoluzione portata dai cosiddetti “nuovi media” (non più così nuovi, in verità)è quella che investe l’idea stessa di testo. La vera differenza non sta nelle varie soluzioni grafiche (le k, le x, le abbreviazioni: peraltro da tempo fuori moda) e neanche nell’uso delle faccine. La vera rivoluzione è la destrutturazione del testo, per andare incontro a intelligenze sempre più abituate a guardare che a leggere. Ciò che rende diversi i testi digitati dai testi scritti tradizionali è soprattutto la loro frammentarietà. Non sono solo brevi, sono incompleti: singole battute di un testo molto più ampio costituito dall’insieme del dialogo a distanza (che può passare contemporaneamente per gli sms, le telefonate, le e-mail, le foto inviate, ecc.). Basta pensare ai testi di certi social network, ridotti a semplici titoli o didascalie o agli stessi messaggini, in cui la scomposizione in tanti invii successivi allenta i legami tra frase e frase, rende superflua la punteggiatura. Non ipertesti, dunque, ma ipotesti. Questo spiega perché li possano scrivere – e ovviamente leggere – anche i tanti italiani e le tante italiane che non toccano mai libri o giornali, anche i tanti e le tante che quando leggono un articolo di giornale non sono in grado di capire cosa dice.
Al punto da far sorgere il dubbio – molto più d’un dubbio, ormai – che scrivere e digitare non siano la stessa cosa: che la testualità frammentaria tipica della comunicazione telematica sia qualcosa di diverso – e richieda abilità e competenze diverse (minori?) – rispetto a quella di un testo tradizionale. Da una parte l’italiano scritto, dall’altra l’italiano digitato: l’e-taliano dei messaggini, delle chat, dei social network. Quell’e-taliano che per le persone cólte rappresenta solo una scelta stilistica, uno dei tanti registri possibili. Ma per chi si trova a scrivere e leggere soltanto in queste occasioni potrebbe finire col diventare l’unico modo di scrivere e di leggere: l’unica scelta possibile, ghettizzante e socialmente deficitaria. L’e-taliano, in questo caso, come italiano neo-popolare: mutazione tecnologica di quell’italiano popolare usato per secoli da chi, sapendo a malapena tenere la penna in mano, doveva cimentarsi con la scrittura.
Il che, scrive Massimo Palermo nel suo Italiano 2.0 (Carocci, 2017), porta a “fare della scuola il santuario del testo lineare”: il luogo di conservazione e tutela di “un’eredità culturale minacciata”. Leggere e scrivere, d’altronde – non bisogna mai dimenticarlo – sono attività che richiedono un insegnamento specifico e mirato. Per saper davvero Leggere, scrivere, argomentare, diceva il compianto Luca Serianni in un libro di qualche anno fa (Laterza, 2013), bisogna imparare a smontare e rimontare ogni tipo di testo, selezionando e organizzando in modo coeso e coerente le informazioni necessarie. Imparare a capire ciò che dice un testo – compreso quello che non viene detto esplicitamente – per imparare a esprimere in maniera chiara, efficace e convincente ciò che vogliamo comunicare agli altri. Perché, come faceva dire Leonardo Sciascia nel suo romanzo Una storia semplice a un vecchio professore di lettere, “l’italiano non è l’italiano: è il ragionare”».

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