
Il 21 marzo è la Giornata mondiale della poesia. Ma, si dice, la poesia non serve a niente. Splendore di questa parola. Che suona vertiginosa quando indica il punto in cui manca ogni convenienza. Ogni economia. Niente scambio, niente in cambio di niente. Non si tratta di quel “niente” che pensano i filosofi nichilisti e saccenti, i quali immaginano con la loro piccola testa di sapere che tutto esiste per nessun motivo e nessun destino. E che pensano che di tutto la consistenza è nulla. Venivano derisi da Montale: “Con quale voluttà / hanno smascherato il Nulla. / C’è stata un’eccezione però: / le loro cattedre”. No, no, il niente che è la poesia non è di quel genere. I bambini e i mistici (e i poeti) sanno cosa è questo “niente” – quello dei pomeriggi dove non si fa nulla di importante ma si cresce, o che si sente dentro finché la mamma non ti abbraccia, quello che acceca per un istante la vista che ha visto tutto. Dante tace quando deve dire cosa ha veduto in fondo al suo viaggio nei regni della morte e della vita. Nientissimo “nada”. Quel che si fa largo nelle emozioni fragili. Lo conoscono, a volte, anche coloro che chiamiamo “i pazzi”. Il tutto visto di spalle.
Stiamo parlando del punto della perfetta letizia, come diceva san Francesco? Dove non hai niente, niente, sei povero, niente a cui attaccarti, e potresti morire – se non la presenza che davvero ti allieta. La poesia riguarda tale “presentarsi”. E sin dall’inizio dei tempi la lettura e la poesia fanno tutt’uno. Da Omero in avanti. L’uomo ha cominciato a leggere “poeticamente”. Promuoviamo la lettura leggendo poesia.